L'azione agile dei corridori africani, lo stile economico dei maratoneti europei. Correre di frequenza per risparmiare carburante, mettere forza ed ampiezza per i finali di gara. Tutti aspetti sui quali lavorare che devono però essere miscelati con la spontaneità del gesto. Ogni cosa deve trovare il suo spazio per raggiungere la migliore azione di corsa. "Migliore" secondo me significa tradurre in massima velocità l'energia a disposizione attraverso il movimento meccanico.
Avere una bella azione di corsa è importante?
Essere belli…Ricordo bene di aver visto campioni dallo stile pessimo, che però non avevano certo deficit nell’estrinsecare le proprie potenzialità.Ricordiamoci di John Ngugi, keniano, 5 volte Campione mondiale di cross e Olimpionico dei metri 5000. Il suo stile era approssimativo, ma aveva un’elasticità unita a potenza che in campestre non era evidente eppure era disarmante. I suoi piedi avevano un appoggio singolare, eppure oltre ai campi ha primeggiato anche in pista dove giocano un ruolo primario.
Se a lui fosse stato imposto un approccio stilisticamente diverso verso quali risultati sarebbe andato incontro?
A questo certo non abbiamo risposta, ma sicuramente sappiamo che lui aveva un’ottima resa rapportata ai suoi equilibri. Sembrava talvolta macchinoso, ma il compasso della sua falcata si apriva in modo spontaneo, facile, naturale.
Certo abbiamo esempi opposti nel passato, Sebastian Coe e Wilson Kipketer, forse il migliore di sempre stilisticamente o in chiave italiana Stefano Mei e Gennaro Di Napoli che avevano delle meccaniche di corsa in cui la spontaneità del gesto era luce per gli occhi.
Andando nello specifico, possiamo affermare che i piedi di Haile Gebrselassie rimangono unici e stratosferici.
L’atleta va studiato nel suo complesso per giudicare l’effettiva rispondenza della sua azione.
Il bello non sempre paga, anzi sovente è un limite economico. Mi capita a volte di dire ad un atleta che è troppo bello stilisticamente, bisogna guardare alla sostanza.
Se ci ricordiamo di Gelindo Bordin, ci viene subito in mente la sua estrema praticità. Nel corso degli anni si è radicalmente modificato fino ad arrivare ad essere uno dei più grandi interpreti della maratona.
Il campione veneto agli esordi aveva un gran motore, ma usava la sua forza in modo eccessivo, consumava troppo carburante per resistere a lungo.
Non è stato l’aumento dei km effettuati in allenamento a fargli fare il salto di qualità, semmai il contrario e cioè tanti km, ma nel rispetto di un’ottima “salute” muscolare.
La sua azione era tirata all’essenziale, concedeva poco allo spettacolo, ma era esempio di massima efficienza elastica. Movimenti asciutti, essenziali ma splendida reattività.
Piedi e reattività
I piedi, spesso trascurati, ricoprono un ruolo importante e fondamentale nella corsa. Se riescono ad essere efficienti, a supportare l’azione del corpo ed a trasferire velocità al suolo, la strada per ottimizzare la potenzialità è cosa fatta.Per ottenere questo non bisogna trascurare in allenamento le esercitazioni che vanno a richiedere al piede un’azione rilevante.
Il piede va coinvolto, sollecitato, “usato”. Non parlo solo di esercizi di tecnica pura, ma anche di corse su terreni che ne richiedono un utilizzo vario ed articolato.
Da evitare in corsa è sicuramente un’azione eccessivamente balzellata che va ad incidere sul costo energetico senza pagare bene in termini di velocità.
Proprio per questo, secondo me è importante non esagerare verso esercitazioni che cercano in modo esasperato il concetto di esplosività, è semmai sulla rapidità che dovremmo concentrare le massime attenzioni.
Inoltre il rischio a cui porta l’esecuzione di alcuni esercizi è a livello di guardia. Ad esempio le scorpacciate di balzi sono da valutare con gran sensibilità. Il fondista non può fare preparazione da sprinter, quando non ne ha le caratteristiche né la base per poterla sostenere.
da www.santuccirunning.it - richiedi ulteriori informazioni