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Individuare le caratteristiche temperamentali dell'atleta e' fondamentale per una sua corretta gestione. Alcuni cenni da parte di un collaboratore.


In un altro articolo abbiamo fatto qualche cenno sulla personalita' in generale, su come questa influenza la reazione agli stimoli esterni e come cio' possa avere importanza nell'ambito di un'attivita' sportiva.

Oltre a questo aspetto assume grande importanza anche il “tono affettivo” dell'atleta: per tono affettivo si intende lo “stato di fondo” dell'umore, il modo costante di valutare cio' che ci giunge attraverso i sensi. Il filtro, insomma, attraverso il quale guardiamo il mondo.

Bisogna innanzitutto far distinzione tra “tono” (o “temperamento affettivo”) e stato dell'umore in un particolare momento: l'umore puo' infatti esser basso o alto in risposta ad eventi vitali positivi o negativi oppure per vere e proprie malattie (la depressione e il suo contrario, la "mania"). Ma in questo caso si tratta di eventi facilmente identificabili, hanno un inizio e una fine ben definiti e spesso si nota un cambiamento nell'individuo, che si sente, e appare, “diverso dal solito”.

Il “tono affettivo” invece e' costante e non cambia, se non in maniera poco significativa, con l'eta', e viene nefficacemente descritto con la frase “son sempre stato cosi'”.

Chi ha il tono affettivo regolato verso il basso (in senso depressivo) e' spesso pessimista, ha poche energie, tende a rimuginare, a sopravvalutare i problemi ed e' facile allo scoraggiamento. In compenso ha senso della responsabilita', e' affidabile e disposto a caricarsi di impegni (talvolta anche troppi) per aiutare chi gli e' vicino, e' altruista e spesso disinteressato.

Chi invece e' “su” e' energico, ottimista e pronto ad affrontare il mondo. E' intuitivo e geniale, tutto e' possibile per lui. E' anche piu' volubile, pero', e piu' facilmente abbandonera' un impegno alla prima difficolta'. E' distraibile, inquieto, poco rispettoso delle regole, dei compagni e degli impegni che si assume.

Per un allenatore sara' importante tener conto di queste caratteristiche non solo ai fini della prestazione o dell'attivita' agonistica ma anche per contribuire allo sviluppo psicologico dei propri atleti, specie se molto giovani. Infine, potra' meglio valutare l'insorgenza di eventuali problemi, che saranno piu' facilmente risolvibili se presi per tempo.

Cosi', un atleta di temperamento depressivo dovra' essere molto incoraggiato: si tratta di giovani con un'autostima molto bassa, incerti e dubbiosi, molto critici verso se stessi, rinunciatari. Un allenatore che gli richieda prove eccessive, o gli imponga carichi di lavoro al limite delle sue possibilita', lo esporra' al fallimento, ad aggravare i suoi sensi di colpa e non sara' improbabile che l'atleta decida di rinunciare per sempre all'attivita' sportiva. Se invece a quell'atleta si propongono prove per lui "facili", gli si esaltano i successi, lo si indica agli altri come esempio da seguire per la serieta' e l'impegno, otterremo un triplice successo: gli aumenteremo l'autostima rendendolo piu' sicuro e deciso anche nella vita extrasportiva, lo motiveremo fortemente spingendolo a rinnovare i suoi sforzi per migliorare (si tratta spesso di soggetti che, se incoraggiati, negli allenamenti danno tantissimo) e gli permetteremo di continuare con successo e soddisfazione la pratica del suo sport preferito.

Sara' anche utile, per lo stesso motivo, non porre questo atleta in accesa competizione cogli altri, specie se piu' forti e di temperamento opposto. Confrontarlo con chi ha piu' successo o incitarlo dicendogli che non si impegna abbastanza (o frasi simili, spesso abusate negli ambienti sportivi) e' spesso controproducente perche' aumenta i suoi sensi di colpa e lo convince di essere un incapace. Nel migliore dei casi perderemo l'atleta; nel peggiore, l'atleta continuera' sempre piu' svogliatamente ad allenarsi, incontrando sempre maggiori difficolta' e "prove" della sua inadeguatezza, col grave rischio di precipitarlo in una crisi depressiva dalla quale si risollevera' forse ed a fatica.

Nel caso opposto, cioe' nell'atleta di temperamento cosiddetto “ipertimico”, esuberante, socievole, molto attivo e dotato di un'autostima molto alta, il comportamento da tenere sara' differente: occorrera' fornire stimoli sempre nuovi e non “annoiarlo” con compiti ripetitivi, proporre prove impegnative e stimolanti, motivarlo esaltandone le caratteristiche atletiche (cosa molto facile da fare con un ipertimico...). Nel pregara non ci vorra' molto per portarlo ad ottenere una prestazione al massimo delle sue possibilita'. Allo stesso tempo sara' difficile da gestire, insofferente com'e' alle limitazioni e agli orari che gli saranno imposti, sempre a rischio di abbandono (salvo per atleti molto motivati) e richiedera' polso molto fermo e una certa severita'. Rapportare questo atleta ai compagni non sara' rischioso ed anzi lo stimolera' ad impegnarsi per confermare (soprattutto a se stesso) la sua superiorita', gli allenamenti di gruppo saranno l'ambiente ideale.

Un'ultima osservazione riguarda il caso in cui, in atleti fino a quel momento costanti nel rendimento e nelle caratteristiche psicofisiche, compare qualcosa di nuovo. Se in tempi rapidi l'atleta cambia atteggiamento verso lo sport, modifica inspiegabilmente il suo rendimento o il modo di rapportarsi all'allenatore o ai compagni. Se questo non e' spiegabile in base agli eventi vitali dell'atleta o ai carichi di lavoro in allenamento, non bisogna sottovalutare la possibilita', molto piu' frequente di quanto non si creda, che si tratti di un vero e proprio episodio depressivo, magari ad inizio insidioso, che quasi sempre non e' riconosciuto dal paziente che lamentera' genericamente stanchezza o svogliatezza giustificando in mille modi il suo star male (*).

In questi casi e' sempre meglio far effettuare un controllo dallo specialista psichiatra per evitare di cronicizzare una patologia gia' grave di suo e iniziare, se necessaria, una terapia specifica sia farmacologica che psicoterapica, da valutare e programmare secondo necessita'. Molto meglio una visita inutile che un mancato riconoscimento di una patologia depressiva, troppo spesso trascurata e assai invalidante.

(*) Negli ambienti specialistici e' tristemente nota la spirale in cui spesso cadono i depressi: nelle fasi iniziali la malattia non si manifesta completamente e per questo non viene riconosciuta: il paziente e' stanco, demotivato, svogliato, ha un calo di rendimento, e col passare del tempo cio' gli crea problemi in tutti i campi. Non saranno infrequenti problemi sul lavoro (mancate promozioni, licenziamenti, chiusure di attivita') in campo sportivo (abbandoni, traumi) e familiare (litigi, separazioni) che provocheranno un ulteriore peggioramento dei sintomi e la comparsa (o l'aggravamento) dei sensi di colpa del paziente. A questo punto il circolo si chiude: tutti riterranno questi problemi la causa del suo star male, e non la conseguenza della depressione che gia' esisteva. E il paziente non giungera', se non troppo tardi, all'osservazione medica.

Dottor Gianfranco Bertozzi


da www.santuccirunning.it    -    richiedi ulteriori informazioni
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